Documento di proposte · Gruppo IX Turismo

Proposte per le locazioni turistiche e per Venezia

Regoliamo le locazioni turistiche per ciò che possono davvero dare — equità, legalità, gettito e un contributo alla città — con la mano ferma dove serve (finti alberghi e operatori esterni) e senza colpire il tessuto di piccoli e gestori di zona. E smettiamo di venderle come la soluzione al ripopolamento, che è un’altra battaglia, con altre leve.

Premessa di metodo

Due obiettivi che vengono sempre confusi

Il dibattito veneziano fonde in un’unica parola d’ordine — «regolare le LT» — due obiettivi diversi, che richiedono strumenti diversi e hanno probabilità di successo diverse. Tenerli separati è la premessa di qualunque proposta seria.

1 · Equità, legalità, contributo

Riportare ordine nel settore ricettivo: contrasto all’abusivismo, parità con gli alberghi, mano ferma sugli eccessi (finti alberghi e operatori esterni) e un contributo alla città dai gestori. Qui le LT sono il problema giusto, e una buona regolamentazione produce risultati reali e misurabili.

→ è la Parte I.

2 · Ripopolare il centro storico

Qui le LT sono una leva minore: agire solo su di esse non riporta residenti, perché le cause del calo sono strutturali — invecchiamento e saldo naturale, redditività dell’affitto lungo. Serve un orizzonte molto più ampio.

→ è la Parte II.

Il criterio che ogni proposta deve rispettare

Ogni misura deve dichiarare prima: quante case tornerebbero al residenziale, di che tipo e a quale canone, chi verrebbe ad abitarle, quale risultato atteso misurabile produce e come si verifica, e cosa dicono i casi esteri su quella specifica misura. Una proposta che non regge a queste domande è un ragionamento di principio, non una politica.

Parte I

Regolamentazione delle locazioni turistiche

Misure concrete, in ordine di priorità, ciascuna con l’obiettivo che può davvero raggiungere e l’indicatore con cui verificarlo.

01 — Gli obiettivi

Cosa vogliamo davvero ottenere (e come lo misureremo)

Una regolamentazione delle LT ha senso se punta a risultati che le LT possono effettivamente produrre. Ecco gli obiettivi dichiarati, ciascuno con il suo indicatore verificabile.

ObiettivoPerché è quello giustoIndicatore verificabile
Legalità / fine dell’abusivismoGli annunci irregolari o non registrati falsano il mercato e sottraggono gettito: le norme applicate solo a chi è già in regola restano inefficaci.CIN attivi ↔ unità operanti; gettito imposta di soggiorno; % annunci senza codice.
Parità con gli alberghiGli hotel sostengono oneri (antincendio, classificazione, personale, controlli) che i «finti alberghi» LT eludono.N. di edifici interi a uso turistico riqualificati come ricettivi.
Un contributo alla città dai gestoriLa gran parte dei gestori è di zona — dà lavoro e indotto (circa il 90% delle unità dei grandi operatori fa capo alla provincia). Non va colpita: le si chiede di restituire qualcosa a chi in città ci vive. La stretta forte resta ai casi estrattivi.Contributo dei gestori destinato alla residenza; quota di adesione.
Stop ai finti alberghiInteri edifici trasformati di fatto in strutture ricettive sottraggono alla città funzione urbana e residenza: è qui, e sulla proprietà estrattiva concentrata (più unità per stabile, beneficiario assente), che serve la mano ferma.N. di edifici monouso riqualificati o vincolati; unità estrattive concentrate regolarizzate.
Gettito per la cittàParte del valore prodotto dal turismo può finanziare la residenza, ad esempio il restauro dell’ERP.€ reinvestiti nel patrimonio pubblico.

Nota giuridica — cosa regge e cosa va verificato

La base urbanistica per limitare e condizionare l’uso turistico degli immobili (art. 37-bis, anche differenziata per aree omogenee) è solida. Vanno invece sottoposti a verifica legale specifica, e non presentati come già avallati dalla Corte, il trattamento differenziato in base alla sede dell’operatore e l’introduzione di un contributo obbligatorio per unità gestita: sono difendibili come indirizzo politico, non come automatismi giuridici.

Una scelta di onestà: fra gli indicatori non c’è «+X residenti»

Non perché non conti — è l’obiettivo di tutti — ma perché nessuna misura sulle LT lo produce in modo dimostrabile. Promettere ripopolamento da una norma sulle locazioni significa fissare un obiettivo che la norma non può raggiungere: è la premessa di ogni futura accusa di «fallimento». Il ripopolamento è la Parte II, ed è un problema molto più grande.

02 — Le misure, in ordine di priorità

Cosa fare, concretamente

Priorità assoluta · Misura 0

Lotta all’abusivismo per via informatica

È la misura a più alto rapporto risultato/costo, e va fatta prima di qualunque altra: un settore fuori controllo non si regola, perché ogni tetto o vincolo colpirebbe solo chi è già in regola, premiando chi è in nero.

Cosa. Incrocio automatico delle banche dati già esistenti — CIN, registro regionale L.R. 11/2013, imposta di soggiorno, dati delle piattaforme (l’esposizione del CIN negli annunci è già obbligatoria), utenze e anagrafe. Ogni annuncio senza CIN valido o con dati incongruenti genera una segnalazione automatica.

Perché ora. I dati della control room indicano un abusivismo diffuso: se confermato, significa che oggi il Comune non controlla e non rende effettive le norme che già esistono. Non serve una legge nuova per far rispettare quelle attuali.

Verifica (§criterio). Non sottrae case al turismo, ma fa emergere gettito e riequilibra la concorrenza; gli annunci irregolari verrebbero meno, e una quota torna in vendita o in affitto. Risultato atteso: +gettito, −annunci fantasma, base-dati pulita su cui applicare ogni misura successiva — verificabile in 6–12 mesi confrontando CIN attivi, annunci e versamenti. È la stessa leva con cui New York e Parigi hanno tagliato gli annunci: funziona sul contatore, non sull’accessibilità — ma qui l’obiettivo è la legalità. Rischio: se l’enforcement resta documentale e incidentale, la norma resta di carta. Serve controllo dedicato e automatizzato.
Misura 1

Un contributo alla città dai gestori — e la stretta forte solo dove serve

È il cuore della proposta, e parte da un dato: la gran parte dei gestori è di zona. Circa il 90% delle unità dei grandi operatori fa capo alla provincia di Venezia — aziende con dipendenti, uffici e indotto locale. Non sono capitale in fuga, e non vanno demolite. Perciò la logica si sdoppia: ai gestori di zona si chiede un contributo alla città; la mano ferma — cambio di destinazione d’uso e riconversione a residenziale — si riserva ai casi davvero estrattivi, individuati dal fenomeno e non dalla provenienza: gli edifici interi trasformati di fatto in alberghi e la proprietà concentrata di un beneficiario assente (più unità nello stesso stabile).

Il criterio resta oggettivo — numero di unità e posti-letto per nucleo, non i giorni: verificabile con le banche dati nazionali, non aggirabile. Le proprietà personali e delle società partecipate dal nucleo fanno cumulo. La logica è a scaglioni: nulla ai piccoli, sola formalizzazione alla micro-impresa familiare, un contributo ai gestori di zona più strutturati, la mano ferma agli edifici monouso e alla proprietà estrattiva concentrata.

ChiDimensione in LTCosa gli si chiede
A · Piccoli locatorifino a 2 unitàNulla oltre il codice fiscale. È l’integrazione di reddito che permette a un residente di restare in città.
B · Micro-impresa familiare3–5 unità, di zonaP.IVA e impresa a conduzione familiare, residenza nel Comune. È lavoro autonomo vero: si formalizza, non si grava.
C · Gestori di zona strutturati6+ unità, sede in provinciaUn contributo alla città (sotto). Nessuna riconversione forzata: tengono le loro unità.
D · Finti alberghi e proprietà estrattiva concentrataedifici monouso · beneficiario assente, più unità per stabileMano ferma: cambio di destinazione d’uso (finti alberghi) e riconversione al canale residenziale garantito (Misura 1-bis).

Un limite dichiarato del criterio — e come lo risolviamo. La sede del gestore è un indicatore imperfetto: il gestore spesso non coincide con la proprietà — un’agenzia veneziana può amministrare case di proprietari assenti, un gestore di fuori può curare la casa di un veneziano. La sede individua bene dove ricadono lavoro e indotto della gestione (dipendenti, uffici, fornitori), non la provenienza del capitale immobiliare. Per questo ciò che fa scattare la mano ferma non è la provenienza, ma il fenomeno: edificio monouso, concentrazione di unità nello stesso stabile e titolare effettivo (beneficial owner) assente — accertabili con l’incrocio catastale e le visure (la logica della Misura 0 → Se chiudono, §02). La sede fuori provincia resta al più un indizio secondario, da confermare col fenomeno, non un confine politico a sé — anche perché è la scelta più prudente sul piano UE: un trattamento più severo fondato principalmente sulla sede dell’impresa sarebbe esposto sulla libera prestazione dei servizi (le restrizioni devono essere non discriminatorie, giustificate da un interesse pubblico e proporzionate).

Il «contributo alla città» ha due forme, che possono sommarsi:

  • Contributo economico alla casa. Un canone annuo per unità sopra soglia, destinato a un fondo per la residenza — restauro dell’ERP, garanzie dell’agenzia comunale per la casa. Il turismo che usa la città finanzia la casa di chi la abita.
  • Impegni su lavoro e servizi. Occupazione e formazione veneziana, e presidio del decoro urbano nelle zone dove operano: un ritorno non solo monetario, e misurabile.
Verifica (§criterio). La riconversione a residenziale non è più chiesta a tutti i grandi gestori, ma solo ai finti alberghi e alla proprietà estrattiva concentrata (una minoranza mirata delle unità dei grandi): il recupero di case è perciò più piccolo ma mirato e difendibile, e non colpisce le aziende di zona. Da queste il ritorno è il contributo — misurabile in € versati al fondo casa e in impegni occupazionali assunti. È il punto in cui questa proposta si distingue da chi vuole «chiudere»: non distrugge economia reale, la mette a contribuire.
Misura 1-bis

Il canale residenziale garantito dal Comune — ciò che rende praticabile la riconversione

È la parte che fa la differenza fra una riconversione che produce case chiuse e una che produce affitti veri. Chi deve riconvertire — un finto albergo, una proprietà estrattiva concentrata — o chi sceglie di farlo volontariamente non affitta al privato — con il rischio morosità e la trafila che oggi lo dissuadono — ma al Comune, o a un’agenzia comunale per la casa, che garantisce il canone, seleziona l’inquilino, riscuote e si assume il rischio. In cambio, uno sgravio.

Non è un’invenzione. È il modello già operativo di Milano Abitare (agenzia del Comune di Milano) e analoghi a Bologna: fondo di garanzia che copre fino a 18 mensilità di morosità, selezione dell’inquilino, contratto e certificazione, più i benefici fiscali del canone concordato.

Lo «sgravio sul compenso» ha due livelli. La cedolare secca al 10% sul canone concordato è già legge nazionale — il Comune la eredita, non deve inventarla; lo sgravio IMU (Misura 2) è invece la leva che il Comune ha in mano.

Verifica (§criterio). Trasforma le unità sopra-soglia in affitti residenziali effettivi, non sfitto, perché toglie al proprietario le due ragioni per cui oggi non affitta: rischio e rendimento. Verificabile col numero di unità entrate nel canale e i canoni erogati. Il rischio morosità è a carico pubblico, ma limitato e quantificabile — come il fondo di Milano — e va messo a bilancio.

Tenuta giuridica: su cosa poggia la proposta

Il cambio di destinazione d’uso dei finti alberghi e i limiti alla concentrazione ricettiva rientrano nel potere che l’art. 37-bis del DL 50/2022 (emendamento Pellicani, conv. L. 91/2022) attribuisce al solo Comune di Venezia: fissare «limiti massimi e presupposti per la destinazione degli immobili residenziali ad attività di locazione turistica breve», nel rispetto di proporzionalità, non discriminazione e rotazione, e con riguardo per chi ha una sola unità (coerente col favore per i piccoli locatori). Il contributo a carico dei gestori poggia invece sulle leve fiscali e regolatorie del Comune. La Corte Costituzionale n. 186/2025 ha confermato che vincolare la destinazione d’uso e imporre obblighi alle attività ricettive è legittimo — non viola gli artt. 41 e 42 Cost. — quando persegue l’utilità sociale di limitare l’overtourism e «garantire un’offerta sufficiente ed economicamente accessibile di alloggi». Il canale garantito è solido perché volontario e già esistente (Milano Abitare).

Il punto da maneggiare con prudenza è l’obbligo secco di «locare a residenti», e ancor più di locare al Comune: costringere un privato a concludere un contratto tocca l’ordinamento civile (competenza statale) e sfiora la requisizione. Per questo la proposta è costruita come limite + incentivo, non come costrizione: sopra-soglia quelle unità non possono più essere LT (puro limite, coperto), e per usarle il proprietario sceglie tra un uso non-turistico e il canale garantito, reso così conveniente da essere l’opzione razionale. Stessa sostanza, fianco molto meno scoperto.

Misura 2

Incentivo fiscale al residenziale — la «carota»: sgravio IMU

Il bastone senza carota produce sfitto e vendite, non residenti: a Venezia l’affitto lungo rende circa il 3,5% lordo — «come i BOT», ma con rischio e manutenzione. Bisogna rendere conveniente ciò che si obbliga a fare. Ai proprietari che destinano unità a residenziale a canone concordato — in proprio o tramite il canale garantito (Misura 1-bis) — uno sgravio IMU significativo (nell’ordine del −40%) sulle unità vincolate, estendibile a chi lo fa volontariamente. Lo sgravio IMU è la leva comunale; si somma alla cedolare secca al 10% sul canone concordato, già prevista dalla legge nazionale.

Verifica (§criterio). Aumenta il rendimento netto dell’affitto lungo, riducendo il divario con la LT e con l’alternativa «vendo o tengo chiuso». Verificabile col numero di contratti a canone concordato attivati e di sgravi erogati, anno su anno. Limite onesto: lo sgravio da solo non colma il divario di redditività — sposta il margine, non lo ribalta. Funziona accoppiato al canale garantito, che toglie il rischio.
Misura 3

Parità con gli alberghi e stretta sui «finti alberghi»

Gli edifici interi con tutte o quasi le unità a uso turistico, gestiti di fatto come strutture ricettive, devono assumerne la destinazione d’uso e i relativi obblighi (antincendio, classificazione, autorizzazioni, personale). È l’unico caso in cui il cambio di destinazione d’uso ha senso: non applicato al singolo appartamento del piccolo proprietario, ma al paralbergo mascherato.

Verifica (§criterio). Riporta parità concorrenziale con l’hôtellerie — che dà più valore aggiunto e occupazione — e restituisce funzione urbana agli edifici monouso. Verificabile col numero di edifici riclassificati.

03 — Cosa non proporre

Perché il limite dei giorni è la leva sbagliata

La campagna «Alta Tensione Abitativa» propone concessione comunale a un singolo appartamento per proprietario, limite di 120 giorni (riducibile a 90), oltre i quali cambio di destinazione d’uso. La respingo, con lo stesso criterio che applico alle mie proposte.

In sintesi. L’A.T.A. sbaglia leva (i giorni invece della concentrazione) e obiettivo (vende come ripopolamento ciò che non lo produce). La proposta qui sopra usa la leva giusta — le unità per nucleo — per l’obiettivo giusto: equità, legalità, un contributo alla città e mano ferma solo sui finti alberghi e sugli operatori esterni.

Parte II

Direzioni strategiche per Venezia

Non misure operative dettagliate, ma le direzioni dentro cui il problema-casa va davvero affrontato — e la domanda che nessuno vuole porsi.

04 — La domanda vera

Riformulare il problema prima di rispondere

La domanda vera non è «come riduciamo le LT», è: chi vogliamo che venga a vivere stabilmente a Venezia, per fare cosa, a quali condizioni? Finché non c’è una risposta — nemmeno un sondaggio serio è mai stato fatto — ogni misura sull’offerta rischia di non incontrare alcuna domanda. E i segnali di domanda debole esistono: 293 domande ammesse a un bando ATER a canone agevolato in centro storico non sono un «bagno di folla» — un dato che va letto con i suoi limiti (dipende da offerta, requisiti e canoni del bando), ma che non segnala certo una domanda in eccesso per una politica di ripopolamento.

L’errore da evitare

Credere che creare offerta generi domanda. A Venezia la casa è un bene di lusso su mercato internazionale: liberare case non fa automaticamente scendere i prezzi né arrivare abitanti — negli anni ’80–’90 interi palazzi restavano chiusi, con un mercato residenziale già asfittico.

05 — La leva vera

Non togliere, ma rendere conveniente restare e venire

Le tre direzioni strategiche, in ordine di peso.

Direzione 1

Redditività strutturale dell’affitto lungo

È la causa profonda per cui le case non tornano al residenziale: l’affitto lungo rende quanto un titolo di Stato, ma con rischio, sfitto e manutenzioni più care che in terraferma. Finché è così, togliere le LT produce vendite e case chiuse, non affitti. Le leve possibili — da studiare — sono fiscali (IMU e cedolare differenziate) e di garanzia: agenzie per la casa sul modello di Milano e Bologna, che si interpongono tra proprietario e inquilino garantendo contro la morosità.

Direzione 2

Funzioni economiche oltre la monocoltura turistica

Il turismo è oggi quasi l’unico business possibile — la pandemia l’ha dimostrato — ed è a basso valore aggiunto. Riportare lavoro qualificato — cultura, ricerca, industria verde a Marghera, servizi — è la condizione perché qualcuno con reddito voglia e possa vivere qui. Senza lavoro non c’è residenza, con o senza LT.

Direzione 3

Servizi e qualità dell’abitare

Vivere a Venezia richiede una motivazione forte — «bella, ma non ci vivrei» circola da decenni. Dipende da scuole, sanità, trasporti, manutenzione urbana: non dal prezzo delle case soltanto.

06 — L’orizzonte

La venezianizzazione della gronda lagunare

L’unica prospettiva strutturale che riesco a immaginare è una città più ampia e policentrica, costruita attorno alla laguna e non divisa rigidamente tra «centro storico» e «terraferma»: una venezianizzazione della gronda lagunare, tenuta insieme da trasporti rafforzati. Non è una misura, è un orizzonte — e richiede un approfondimento autonomo. Ma serve a spostare il discorso da «difendere gli ultimi residenti del centro» a «progettare la città lagunare dei prossimi trent’anni».

È un’idea discussa: c’è chi preferisce rafforzare i trasporti senza l’ambizione della gronda. La propongo come direzione da approfondire, non come tesi chiusa.

07 — Il metodo

Il criterio di verifica per qualunque politica abitativa

Vale per queste proposte come per quelle altrui. Prima di attuare, dichiarare:

1
Quante case tornerebbero al residenziale lungo (stima, non auspicio).
2
Di che tipo — metratura, stato, zona — e a quale canone.
3
Chi verrebbe ad abitarle: profilo, reddito, lavoro, e con quali servizi.
4
Risultato atteso misurabile (es. +X residenti in 3 anni) e come si verifica.
5
Cosa dicono i casi esteri su quella specifica misura.

E impostare le politiche come esperimenti seri: assunti verificati prima, protocollo di test, risultati attesi dichiarati, verifica dopo. Non «secondo me funziona, da qualche parte bisogna cominciare»: così si rischia di danneggiare un’economia reale — l’indotto e le centinaia di posti di lavoro veneziani legati al settore — senza ottenere in cambio il ripopolamento.

E a chi obietta che «sarà pure imperfetto, ma da qualche parte bisogna cominciare — meglio poco che niente»: nel caso delle LT «poco» e «niente» non sono le uniche opzioni. Una stretta indiscriminata sui piccoli è un danno certo senza un beneficio dimostrato — cancella reddito e indotto di centinaia di famiglie veneziane e non riporta un solo residente. Cominciare si deve, ma dalla concentrazione, non dalla famiglia con due alloggi. Abbiamo messo i numeri di quell’economia reale — chi sono le LT della città storica e quanto costa spegnerle — in una pagina a parte.

L’analisi dei dati
Cosa succede se chiudiamo le locazioni turistiche
Chi sono davvero le LT della città storica, la concentrazione dei grandi gestori e il costo — fino a ~130 milioni l’anno e migliaia di famiglie — di una chiusura indiscriminata.